FEDERICA STORACE: SE CI FOSSE LUCE. Storie di uomini negli anni di Piombo – Recensione Scrittura Viva – La Voce del Recensore

Dietro le quinte della Storia
di Francesca Andruzzi

Non è possibile, per chi abbia vissuto gli anni del terrorismo in Italia – da bambino, da giovane o da adulto – non sentire un groppo salire alla gola e non avvertire l’opacità alla vista causata da lacrime che si vorrebbero trattenere, ma senza successo, mentre si procede nella lettura di Se ci fosse luce, di Federica Storace (Golem Edizioni, anno 2023, pagg. 96). E non solo perché l’Autrice ha scelto un tema che trasuda dolore; ha fatto di più. È riuscita a illuminare quel periodo denominato anni di piombo con la luce della obiettività, della imparzialità, senza dimenticare di donare al lettore quella luce che illumina il privato delle Vittime, spesso dimenticato, spesso non conosciuto.
La prefazione curata da Dino Frambati (giornalista, scrittore, editorialista), che quegli anni ha attraversato nei panni di giovane cronista di “nera”, descrive l’Opera come “la fedele testimonianza di uno dei periodi più bui, terribili e inquietanti della nostra grande democrazia” e si augura che venga portato nelle scuole, perché l’Autrice “fa capire quanto sia orrendo, nella società civile, l’uso della violenza”. Anche coloro i quali sono ancora in età scolare o studenti universitari o ancora giovani lavoratori e, all’epoca dei fatti ricordati dalla Storace, erano ancora in mente Dei, certamente si troveranno dinanzi a una realtà storica del Paese che l’Autrice non si limita a narrare come molti hanno già fatto. In questo libro, come dichiarato dalla stessa Autrice, c’è la volontà di fare Memoria, anche per la salvaguardia dei fragili e degli svantaggiati; ma c’è anche, e soprattutto, la volontà di costruire un ponte sopra un fiume rosso sangue, per superare le divisioni dovute alle ideologie, che troppo spesso si sono sostituite alle idee, per una pacificazione nazionale di cui il nostro Belpaese ha, indiscutibilmente, estrema necessità.
Federica Storace ricorda, in un elenco che definisce non esaustivo, le numerose Vittime della violenza del terrorismo rosso e nero degli anni di piombo e si sofferma, poi, su tre figure in particolare, che potremmo definire emblematiche, per poter finalmente comprendere che nessuno si può sottrarre alla responsabilità di quegli anni in cui la nostra democrazia è stata in pericolo.
Il ricorso alla violenza da parte dei terroristi ha spezzato la vita di molte persone che dai primi venivano considerate come appartenenti a un potere (statale, mediatico, industriale) da combattere; ma quanto il potere ha protetto queste vite? E quanto sappiamo di loro, al di là dei tremendi fatti di cronaca, delle fotografie che ci hanno mostrato i loro corpi riversi sul selciato o sui sedili delle automobili? Chi erano realmente, come vivevano la quotidianità, quali i loro affetti?
Federica Storace entra per noi dietro le quinte del palco che ospita la persona pubblica: il magistrato, il sindacalista, il presidente del partito di maggioranza, senza dimenticare, come purtroppo in altri casi avviene, gli uomini delle scorte. Prende, delicatamente, tre Martiri di quel buio periodo, tra i Tanti che hanno pagato con la vita e che, come vedremo, sono stati lasciati soli. Sì, soli. In quella solitudine che è più isolamento, una tremenda ulteriore responsabilità si delinea ed emerge nella narrazione – che, comunque, non giudica, non penalizza, non colpevolizza, ma vuole e cerca la verità per la costruzione di un mondo migliore – accanto a quella tremenda responsabilità degli stolti violenti che si definivano rivoluzionari ed erano, invece, solo delinquenti.
Tra i tanti Caduti, Federica Storace sceglie il sindacalista Guido Rossa; il presidente della DC, all’epoca presidente del Consiglio dei ministri, Aldo Moro e gli uomini della sua scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi; il magistrato Francesco Coco e gli uomini della sua scorta: Antioco Deiana e Giovanni Saponara. Nelle pagine a loro dedicate, l’Autrice ripercorre anche la loro vita, il loro privato.
Pochi sanno che Guido Rossa fu un abile scalatore e un ottimo fotografo. Pagò con la vita la denuncia che presentò personalmente (altri si rifiutarono) contro il postino delle Brigate Rosse, che in fabbrica distribuiva volantini per fare proseliti. Quanti sarebbero caduti nell’errore di aderire alla organizzazione terroristica se Guido Rossa non avesse denunciato? Era un uomo coraggioso, sapeva di scrivere la propria condanna a morte con quella denuncia, ma, racconta la Storace, fu proprio Rossa ad affermare: “Se perdessi la testa quando c’è il pericolo, non avrei fatto un passo in montagna”. Un uomo che aveva “fame di vita e di giustizia”. Toccante è l’episodio del ceffone dato alla amata figlia Sabina, allorquando la stessa, bambina, si dichiarò felice per la chiusura della scuola dopo la strage di Piazza Fontana. La vita di Guido Rossa incontrò quella di Oreste Leonardi (capo scorta di Aldo Moro) quando, in gioventù, durante la leva militare, Leonardi fu il suo istruttore.
Oreste Leonardi (ucciso insieme agli altri uomini della scorta, Domenico Ricci, Raffele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) ci porta direttamente alla figura di Aldo Moro, rapito nel marzo del 1978 e ucciso dopo 55 giorni di prigionia. Per iniziare a parlare di lui, la Storace sceglie l’ultima lettera che lo Statista scrisse alla amata moglie Eleonora e ricorda, in prima persona, la sua personale esperienza di bambina di sette anni che apprende, tra i banchi di scuola, dell’avvenuto rapimento mentre dalla mensa si levano gli odori del pranzo e le suore invitano le alunne alla preghiera. Il “compromesso storico” fu la pretesa colpa di Aldo Moro, ciò che i brigatisti considerarono valevole per eseguire la sua condanna a morte che, a dire il vero, avrebbe potuto essere evitata tramite uno scambio di prigionieri. Ma lo Stato decise per la linea della fermezza e Moro fu ucciso. Aldo Moro che voleva “il dialogo nonostante le diversità”. Nel ricordo del giornalista Lucio Brunelli, intervistato dall’Autrice, ricorre spesso la parola serietà riferita al Presidente della DC. Un uomo serio, come professore universitario, come politico, come marito, come padre, come nonno. Un uomo che, come narra la Storace, non voleva diventare l’emblema della vittima sacrificale. Ci sono sacrifici che ben possono essere evitati.
Francesco Coco era un magistrato che “sapeva di essere già morto”. Quell’8 giugno del 1976, a Genova, cadde, con Deiana e Saponara, gli uomini della scorta, colpito alle spalle. La sua colpa era stata quella di aver proposto gravame avverso la sentenza che aveva rimesso in libertà alcuni terroristi per essere scambiati con Mario Sossi, il magistrato rapito dalle Brigate Rosse. Sossi doveva essere liberato e restituito “incolume”, si leggeva nella sentenza; condizione essenziale per la liberazione dei terroristi. Poiché, all’atto della liberazione, Sossi presentava diverse fratture, Francesco Coco fondò il suo ricorso in Cassazione proprio sulla mancata incolumità. Il ricordo del figlio Massimo, che l’Autrice ha intervistato, è dolce e amaro allo stesso tempo. Ancora oggi, nonostante la testimonianza del “pentito” Patrizio Peci, gli autori del brutale assassinio non sono stati assicurati alla giustizia. Ma sono anche i veleni di palazzo ad aumentare il dolore. Coco era, ingiustamente, considerato “fascista” solo perché era un magistrato con un profondo senso dello Stato e del dovere. Alcuni suoi colleghi discussero sulla opportunità di partecipare alle esequie; la medaglia al Valor Civile fu consegnata alla famiglia da un Carabiniere mandato dal magistrato che era stato incaricato di provvedere all’incombente; la pratica della pensione di reversibilità alla vedova giaceva sulla scrivania di un impiegato andato in ferie.
“Non si può comprendere l’oggi se non si conosce ciò che è successo ieri” afferma l’Autrice. Resta ancora da capire, oltre al resto, l’isolamento patito da queste, come molte altre, tre vittime del terrorismo.
È vero, il libro di Federica Storace è un ponte. Un ponte che tutti dovremmo attraversare per conoscere meglio la Storia, le Vittime e noi stessi. Per non ripetere gli stessi errori. Il desiderio della Storace si è realizzato. Chi leggerà queste pagine capirà di più. Capirà, per dirla con Massimo Coco, che “gli eroi non sparano alle spalle”. E capirà che le spalle degli uomini che difendono la democrazia devono essere protette dallo Stato affinché questo si possa definire realmente democratico. Recensione e intervista a cura di Francesca Andruzzi

INTERVISTA ALL’AUTRICE

Indiscutibilmente, Lei è riuscita a costruire quel “ponte” che si prefiggeva con la pubblicazione di questo libro. Quanti, a suo parere, saranno disposti ad attraversarlo, dopo averlo letto?
Non saprei dirlo. Spero tanti ma nessuno sa quali frutti nasceranno quando getta un seme. E i libri sono come semi. Ho scritto questo libro con il desiderio di suscitare riflessioni, una critica costruttiva che ho immaginato con la figura del “ponte”, luogo di incontro e di relazioni, non di violenza.


Non deve essere stato facile scegliere tra le tante Vittime della sciagurata scelta di violenza. Perché proprio Rossa, Moro e Coco, a prescindere dalla indiscussa valenza delle loro personalità?
Sì, non è stato facile. Purtroppo le vittime di una violenza eversiva folle sono state tante e tutte meritano di essere ricordate. Ho dovuto fare una scelta e mi sono orientata su Moro, Rossa e Coco perché si tratta di persone diverse: un sindacalista, un politico, un magistrato. Formazione diversa per ciascuno di loro, vite diverse, professioni diverse. Tutti e tre, però, accomunati dalla stessa rigorosa coerenza, da una profonda dimensione umana e, purtroppo, dalla morte violenta per mano delle BR. I brutali omicidi, però, non hanno messo a tacere i loro ideali, i valori in cui hanno creduto e, chi li ha conosciuti, ha voluto, con me, parlare ancora di loro perché l’eredità che hanno lasciato non vada perduta.


Dino Frambati, che ha curato la prefazione al suo libro, ha detto che la storia degli anni di piombo è troppo recente per essere narrata nei libri di storia, ma ha anche aggiunto “non sarebbe male farlo”. Ma gli insegnanti sono realmente pronti a diffondere questa porzione di Storia con obiettività?
Credo che il problema non sia se gli insegnanti siano pronti o meno ad essere obiettivi. Al di là delle proprie opinioni personali, penso sia un dovere dei docenti avvicinare gli studenti alla storia, tutta la storia, in modo obiettivo cioè non “curvato” in funzione di qualunque forma di “proselitismo” o ideologia. I giovani devono conoscere ciò che è stato, in tutti i suoi aspetti per poter poi valutare e scegliere secondo la loro capacità critica. È questo obiettivo che gli insegnanti dovrebbero raggiungere con i giovani. Non si può o non si dovrebbe insegnare una “storia di parte”. Purtroppo non sempre è così oggi, non è sempre stato così in passato. Gli insegnanti possono diventare “cattivi maestri”. Io vorrei non succedesse. In ogni caso, comunque, la violenza è sempre da condannare. Credo, inoltre, che non ci sia mai abbastanza tempo per studiare meglio il Novecento. Si arriva, di solito, alla fine della Seconda Guerra mondiale e poi… si annaspa…invece sarebbe importante approfondire proprio le pagine più difficili della nostra storia.


Quelli narrati nel suo libro furono definiti anni di piombo. Come definirebbe, invece, i tempi che stiamo vivendo?
Forse anni di cristallo. Preziosi perché abbiamo la possibilità di cambiare in meglio il presente. Molto fragili perché viviamo un tempo che sembra privo di certezze e riferimenti, in cui tensioni, fragilità, esasperazioni rischiano di mandare tutto in frantumi.


Il suo è stato un contributo alla “memoria” davvero particolare. Ha mostrato aspetti della vita privata di personaggi pubblici, pur inserendoli nel contesto storico con l’abilità della scrittrice, ma anche, non sfuggirà ai lettori più attenti, con una delicatezza quasi soprannaturale. Il titolo del suo libro riprende una parte della celebre frase di Moro nell’ultima lettera alla moglie: “Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”. Intanto, possiamo affermare che il suo libro è un contributo notevole per fare luce sulla memoria di quegli anni che rischia di sprofondare nel buio o di essere avvolta dalle ombre della parzialità. Lei che è una insegnante, in base alla sua esperienza, ritiene che i giovani di oggi siano più inclini alle idee rispetto a quelli di ieri o ancora contaminati dalle ideologie?
Credo che, sempre, i giovani siano capaci di pensare ed esprimere le loro convinzioni e che siano custodi di valori importanti. Penso che il pericoloso passaggio dall’idea all’ideologia sia strettamente legato al saper distinguere, e di conseguenza scegliere, ciò che è bene e ciò che non lo è, quello che è giusto e quello che è ingiusto. È compito nostro, della generazione precedente, indicare gli strumenti adeguati a ragazzi e ragazze perché sappiano fare le loro scelte. Lasciarsi o meno “contaminare”, dalle ideologie, da un’informazione distorta (fake), dai pregiudizi e tanto altro ancora, non è “un’inclinazione” dei giovani ma l’efficacia o meno del percorso educativo di cui sono stati e sono protagonisti con tutti gli adulti che li accompagnano.

BIOGRAFIA

Federica Storace, insegnante di Lettere e Filosofia, vive e lavora a Genova.
Sposata, madre di due figli, impegnata nel volontariato educativo, membro del CIF (Centro Italiano Femminile) ed autrice.
Ha pubblicato due romanzi ad ispirazione autobiografica.
Nel 2007 La famiglia non è una malattia grave, San Paolo Editore, nel 2010 Banchi di squola, Macchione Editore.
Impossibili ma non troppo…storie di cuore e fantasia, 2017 Editrice Elledici, è la sua terza pubblicazione, la prima a quattro mani, con suor Anna Maria Frison. Una serie di racconti per ragazzi con cui sono stati realizzati numerosi laboratori con gli studenti.
Ha pubblicato, con Placebook Publishing Editore, Roma, 2019, il libro Scialla e poi splendi, con cui racconta e si racconta ai suoi lettori attraverso nuove storie, questa volta istantanee dei giovani d’oggi, in una realtà fatta di numerose contraddizioni ma comunque colma di attese e sogni da cogliere e realizzare.
Impossibili ma non troppo… e Scialla e poi splendi hanno ricevuto il Premio Speciale alla “DIDATTICA PER IL LIBERO PENSIERO” all’edizione 2020 del Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana.
Alcuni suoi racconti e poesie sono stati premiati ed inseriti in diverse Antologie dal 2019 al 2023.
Madri per sempre. Donne raccontano maternità possibili Erga Edizioni, Genova, 2020, rappresenta una nuova esperienza per l’autrice che unisce saggistica, autobiografia e intervista in una pubblicazione originalissima che si configura come un viaggio nell’universo femminile e nelle multiformi dimensioni della maternità. Madri per sempre, nel giro di un anno, si è aggiudicato diversi riconoscimenti, premi e menzioni di merito in tutta Italia (Premio Letterario Internazionale Sarzana, La Tigulliana, Premio Manuel Foderà…).

È uscito, nel 2022, sempre per Erga Edizioni, Sei un essere speciale. Donne e uomini raccontano la generatività, il viaggio di Madri per sempre che continua con una visione più ampia sul mondo della generatività. Il libro è arricchito da circa cinquanta contenuti multimediali, accessibili attraverso l’app gratuita Vesepia, che lo rendono ancora più completo, fruibile ed originale. Il testo è stato presentato al Salone del Libro di Torino ed è tuttora ”protagonista” di numerosi eventi di promozione e oggetto di riconoscimenti a Premi e Concorsi (Premio Letterario Internazionale Sarzana, Premio Etnabook Cultura sotto il vulcano, La Tigulliana, Premio Manuel Foderà…) Dopo meno di sei mesi dall’uscita, è già stata pubblicata la seconda ristampa.
Azzurra e la sua straordinaria avventura. Il ladro di sogni, racconto per ragazzi, impreziosito da splendide tavole di fumetti realizzate da Nadia Basso, edito da Tomolo Edizioni, è la sua sesta pubblicazione, è una storia per i giovani e l’importanza della tenacia di saper sognare. Un libro intenso per lettori di tutte le età.
È arrivato al terzo posto al Concorso “Arcola un borgo da favola” 2022.
Ha esordito al Salone del Libro di Francoforte, anche il nuovo libro di narrativa, sempre edito da Tomolo Edizioni: L’enigma delle parole prigioniere.
Maggio 2022 vede l’uscita della la seconda edizione, ampliata con un ampio e attuale capitolo e arricchita dei contenuti multimediali, di Madri per sempreRacconti polisensoriali di donne che “curano” sempre con Erga Edizioni. Il libro riprende ed approfondisce i temi della cura, del ruolo delle donne nella società ieri e oggi, dell’educazione e della necessaria alleanza uomo/donna nella costruzione di una cultura e di una incisività sociale oggi più che mai necessaria.
Al di là dell’espetto strettamente editoriale, interviene in dibattiti, conferenze, tavole rotonde.