FEDERICA STORACE: BYE-BYE AMORE (MIO). Manuale tragicomico di sopravvivenza – Scrittura Viva – La Voce del Recensore

FEDERICA STORACE: BYE-BYE AMORE (MIO)Manuale tragicomico di sopravvivenza

GENERE: ROMANZO

RECENSIONE

Se è vero – come nel celeberrimo incipit di Anna Karenina, da maestro sostiene L. Tolstoj – che Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, è pur vero che, quando viene attraversata e si confronta con il dolore, ogni famiglia ricorre alle risorse che meglio conosce e sappia mettere in campo.
Lo si comprende ancor di più scorrendo le 102 pagine della sfaccettata proposta di Federica StoraceBye-bye amore (mio). Manuale tragicomico di sopravvivenza, (edizioni Sampino, 2024) che fin dal sottotitolo si definisce uno dei tanti volumi di auto-aiuto e crescita personale oggi presenti sul mercato, e invece a ben vedere si rivela un ampio, articolato e dialettico momento di riflessione sull’attuale condizione sociale, sulle risorse e fragilità del mondo giovanile, sulle sfide rilanciate agli adulti, spesso purtroppo incapaci di coglierle o fronteggiarle.
Con il pretesto di un’inattesa allerta rossa familiare, narrata in una prosa agile, esemplata su un italiano sciolto ma non per questo meno elegante, aperta a una garbata sottesa ironia di fondo, l’Autrice pone in realtà il lettore davanti a interrogativi drammatici, cercando di fargli aprire gli occhi su quelle che lei stessa definisce le barricate dell’adolescenza, non a caso elencate in uno dei capitoli finali. Il suo è di certo un osservatorio privilegiato, che poggia salde radici sull’impegno pedagogico e didattico di chi sia quotidianamente chiamato a confrontarsi con alunni, problematiche e perfino miracoli, da approntare a richiesta, per il bene di ragazzi arenatisi nelle secche di una scuola italiana sempre più burocratizzata e aziendalistica.
Ma anche fondato sull’autorevolezza di tante prestigiose voci – racchiuse nel testo, come in una sorta di a parte, sotto il titoletto La Parola a…, contrassegnate dal corsivo e dalla simpatica icona di un megafono – , così da fornire un’aperta panoramica di ciò che si potrebbe definire lo stato dell’arte.
“A che punto siamo?” verrebbe proprio da chiedersi.
Ecco allora che da papa Francesco a M. Recalcati, da L. Ciotti a P. Crepet, da P. P. Pasolini a M. Zuppi, la Mamma, voce narrante e co-protagonista della vicenda, chiama tutti a raccolta per farsi (e farci?) guidare nel proprio difficilissimo compito – senz’altro il più difficile di tutti – , dato che insieme alla nascita di un figlio non viene distribuito nessun manuale del genitore perfetto.
A preoccuparla è, nello specifico, la crisi amorosa del suo minore.
La vita quotidiana, ogni tanto, sembra procedere tranquilla.
Ma è proprio quel “sembra” che, prima o poi, ti frega.
A me “sembrava”, infatti, di avere un figlio ventenne perso nella magia del primo, grande amore, caldamente ricambiato da ben due anni Una piccola frazione di tempo, certo, rispetto all’ipotetico arco di una vita.
Enorme, invece, se si considera il contesto “mordi e fuggi” che caratterizza la maggior parte delle relazioni tra giovani.

E, verrebbe fatto di aggiungere, anche di molte relazioni tra gli adulti, cosa che peraltro l’Autrice non si perita di sottolineare qua e là, nel corso della narrazione.
Davanti a tanto, inatteso e ineludibile frangente, non c’è forse che ricorrere all’intuito, con il conforto delle regole apprese sul campo. Da buona scoutista, la Mamma in questione sa che, per non farsi travolgere dalle conseguenze, bisogna innanzitutto avvalersi di strategie e metodo.
La regola fondamentale, però, quella del buon senso per lasciare spazio al volo della prole, anche quando ti accorgi che è finita sul girarrosto, è solo una: osservare e tacere. […] Eppure, nelle settimane precedenti la nuova tragedia, quella piombata sul secondogenito, al mio sguardo era sfuggito qualcosa e, quella che sembrava, appunto, una giornata tranquilla come le altre, ovvero caotica, corsaiola, con mille incastri da inventare e urgenze a cui provvedere, è diventata il giorno dell’allerta rossa non diramata da nessun “Ufficio previsioni metereologiche familiari”.
È vero, per quanto si cerchi di essere presenti, di non lasciarsi anestetizzare dai miti, rilanciati dalle chat dei genitori, che i propri figli siano i più assennati, responsabili ed educati del mondo, per quanto si provi a tenere le antenne sempre all’erta, la vita resta ciò che è e può sul più bello giocare tiri mancini che levati. Può così capitare di doversi trasformare in agenti della CIA per acquisire, grazie anche alla complicità di un primogenito affettuoso, notizie importanti per non sbagliare le mosse opportune, orientarsi nel ginepraio delle tassonomie giovanili, conoscere in qualche modo la catalogazione e visione del mondo di quelli cui è giocoforza destinato il futuro, sforzarsi di rimanere loro vicini, senza pretendere di comprenderli o essere da loro compresi in senso assoluto.
Ed è anche questo il pregio dell’Autrice, aver inteso sdoppiare le affermazioni della Mamma attraverso quelle del Figlio, in una specie di “cantus firmus” dove il contrappunto può dispiegarsi col massimo vigore […], e dove il suono è pieno e perfetto… […]Quando si realizza questa polifonia, la vita è completa.
Né si potrebbe dare modalità più opportuna per evitare l’alea, sempre incombente in un’opera del genere scelto dalla Storace, di scadere nel paternalismo buonista o, peggio, nella saccenteria gnomica alla Donna Prassede di manzoniana memoria.
Agli adulti, spetta dunque di svolgere il loro ruolo, senza ricette precostituite ma fidando nel potere salvifico della bellezza combinato con quello della propria esperienza di vita (senza neppure disdegnare gli “aiutini” che possano andare loro incontro, pilloline di melatonina comprese).
Ai giovani, di giocare tuttavia la loro parte, anche aprendosi alle sfide inattese e confidando che, chiusa una porta, si possa aprire il proverbiale portone.
L’importante è accettare di rimettersi in gioco, abbandonando il preconcetto molto occidentale di un successo che non sappia passare dalla sconfitta, dal temporaneo fallimento delle proprie aspettative e dal ripiegamento su se stessi.
A nulla varrebbe tutto questo, sembra però ammonirci l’Autrice, senza la guida dell’ascolto reciproco, della solidarietà, dell’abbraccio e di un’autentica convivialità.
In una parola senza le mille declinazioni dell’Amore, grazie al quale le allerte meteo possono via via lasciare il campo al più luminoso degli arcobaleni.

Gabriella Vergari

INTERVISTA

Nel suo testo si parla di “influencer del passato”. Saprebbe indicare quali ritiene fondamentali per i giovani d’oggi?

Sono tanti e credo che ogni giovane possa individuare quelli più significativi per lui o lei. Mi vengono in mente Nelson Mandela, Madre Teresa di Calcutta, un famoso scrittore come Giacomo Leopardi, un artista come Michelangelo, uno scienziato, Galileo Galilei, Enzo Biagi tra i giornalisti, Aldo Moro, Giorgio La Pira, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini in campo politico. Ne potrei citare tanti altri ma ognuno dovrebbe comprendere quali sono importanti per sé. Per fortuna il passato ci ha donato tanti “influencer” tra cui poter scegliere i nostri. Senza contare che ci sono poi anche quelli che non sono noti ma comunque importantissimi: sto pensando ai nonni ad esempio.

I viaggi con la famiglia rappresentano un punto di svolta del suo “manuale”. Quelli di cui si parla sono frutto di una meticolosa programmazione. La ritiene fondamentale per la loro riuscita o si dovrebbe lasciare spazio anche all’improvvisazione e alle richieste del momento?

I viaggi sono una passione, almeno per quanto riguarda me e la mia famiglia. E in “Bye Bye amore (mio)” hanno un significato particolare perché non sono solo occasioni di divertimento e vacanza ma diventano opportunità di crescere e imparare. La programmazione è necessaria, a noi è sempre servita e tornata comoda. Era meticolosa quando i figli erano piccoli per ovvie ragioni: eravamo all’estero e la vacanza volevamo fosse divertente, significativa e… a misura di bambini. Non è mai mancata anche l’improvvisazione perché non tutto è prevedibile per fortuna! Certo, con il passare del tempo, abbiamo lasciato più spazio alle richieste del momento proprio per poter fare, insieme, anche quello che piaceva a ciascuno. Ora che siamo tutti… grandi cerchiamo di trovare sempre alcuni giorni per fare una mini-vacanza insieme e ci divertiamo moltissimo!

Nel testo ci si riferisce spesso alle regole. Quali ritiene centrali per la valida formazione delle nuove generazioni?
Credo che l’educazione parta, prima di tutto, dall’essere, dall’esempio che le figure di riferimento sono in grado di dare ai giovani. Detto questo, poi, le regole servono e sono quelle con cui, fin da piccoli, tutti abbiamo imparato come ci si relaziona con gli altri. Si inizia ad insegnare ai bambini a dire “Grazie”, “Per favore”, “Scusa” e poi il percorso continua. “Bye Bye amore (mio)” non vuole essere un manuale di “regole” ma più una condivisione di valori: il senso del dovere, il coraggio di affrontare le difficoltà, l’impegno, l’attenzione nei confronti degli altri, una sana gestione delle emozioni, un modo corretto di costruire relazioni, l’amore inteso come dono e non come possesso, l’importanza della famiglia e degli amici, la necessità di maturare una capacità critica individuale per non essere omologati nella “massa”, la cura e la responsabilità, la passione per la bellezza e la cultura…

Quanto ritiene che l’attuale sistema scolastico sia in grado di aiutare, o quantomeno sostenere, un alunno che viva una condizione di disagio?
Purtroppo il disagio giovanile è un fenomeno diffuso ed estremamente eterogeneo. Credo che il sistema scolastico cerchi di fare quello che può con gli strumenti che ha a disposizione e che non bastano mai. Si dovrebbe seriamente ridare dignità al sistema scolastico nel nostro paese perché, oltre ai problemi legati alle “risorse”, manca l’effettiva valorizzazione della cultura e di un’agenzia educativa fondamentale come la scuola. D’altra parte, c’è anche la tendenza a delegare troppo alle istituzioni scolastiche. Non bisogna dimenticare che i primi educatori dei ragazzi e delle ragazze sono i loro genitori: la famiglia ha un ruolo fondamentale nel contesto educativo. Per sostenere le situazioni di disagio attuali, la scuola è un riferimento importante ma lo sono tante altre realtà che, con la comunità educante scolastica, dovrebbero lavorare in sinergia mettendo in campo le diverse competenze e professionalità necessarie. Questo “lavoro di squadra” a volte si riesce a concretizzare, a volte no e il raggiungimento o meno di questo traguardo fa una grande differenza per un alunno che vive una situazione di disagio, può significare il suo riscatto o il suo fallimento. È una responsabilità molto pesante che grava su noi adulti.

Cosa sarebbe successo se il Figlio co-protagonista del suo testo non fosse riuscito a superare, come purtroppo oggi accade a molti ragazzi anche preparati e motivati, i test d’ingresso in medicina? 

Se devo parlare del figlio co-protagonista di “Bye Bye amore (mio)”, che è poi uno dei miei figli, credo che non sarebbe stata una tragedia: avrebbe frequentato un altro corso di laurea in ambito scientifico superando la delusione iniziale. Conoscendo, però, la sua determinazione, sinceramente ho sempre pensato che avrebbe superato il test di ammissione a medicina.
Purtroppo i non ammessi, è vero, sono tanti e, tra i tanti, molti sono anche preparati e motivati. Comprendo perciò la delusione ma ci sono tante altre facoltà, numerose opportunità. L’importante è non lasciarsi immobilizzare da una sconfitta. So di amici dei miei figli che hanno dovuto scegliere, inizialmente per ripiego, altri corsi di studio per scoprire poi che quello che sembrava solo un “piano B”, era invece un’opportunità a cui non avevano pensato prima. È uno dei messaggi principali che desideravo trasmettere ai lettori con il mio libro: esperienze che sono batoste possono diventare il suolo di una disfatta senza riscatto o l’humus fecondo da cui può nascere qualcosa di bello. Dipende da noi scegliere. Si può stare a terra senza più rialzarsi o far diventare la caduta l’occasione per rimettersi in piedi più forti di prima. A tutti, in special modo ai giovani, auguro di trovare le motivazioni e il sostegno per rialzarsi e ricominciare perché ne vale sempre la pena

Recensione e intervista a cura di Gabriella Vergari

BIOGRAFIA

Federica Storace, insegnante di Lettere e Filosofia, vive e lavora a Genova.
Sposata, madre di due figli, impegnata nel volontariato educativo, membro del CIF (Centro Italiano Femminile) ed autrice.
Ha pubblicato due romanzi ad ispirazione autobiografica.
Nel 2007 La famiglia non è una malattia grave, San Paolo Editore, nel 2010 Banchi di squola, Macchione Editore.
Impossibili ma non troppo…storie di cuore e fantasia, 2017 Editrice Elledici, è la sua terza pubblicazione, la prima a quattro mani, con suor Anna Maria Frison. Una serie di racconti per ragazzi con cui sono stati realizzati numerosi laboratori con gli studenti.
Ha pubblicato, con Placebook Publishing Editore, Roma, 2019, il libro Scialla e poi splendi, con cui racconta e si racconta ai suoi lettori attraverso nuove storie, questa volta istantanee dei giovani d’oggi, in una realtà fatta di numerose contraddizioni ma comunque colma di attese e sogni da cogliere e realizzare.
Impossibili ma non troppo… e Scialla e poi splendi hanno ricevuto il Premio Speciale alla “DIDATTICA PER IL LIBERO PENSIERO” all’edizione 2020 del Premio Letterario Internazionale Città di Sarzana.
Alcuni suoi racconti e poesie sono stati premiati ed inseriti in diverse Antologie dal 2019 al 2023.
Madri per sempre. Donne raccontano maternità possibili Erga Edizioni, Genova, 2020, rappresenta una nuova esperienza per l’autrice che unisce saggistica, autobiografia e intervista in una pubblicazione originalissima che si configura come un viaggio nell’universo femminile e nelle multiformi dimensioni della maternità. Madri per sempre, nel giro di un anno, si è aggiudicato diversi riconoscimenti, premi e menzioni di merito in tutta Italia (Premio Letterario Internazionale Sarzana, La Tigulliana, Premio Manuel Foderà…).

È uscito, nel 2022, sempre per Erga Edizioni, Sei un essere speciale. Donne e uomini raccontano la generatività, il viaggio di Madri per sempre che continua con una visione più ampia sul mondo della generatività. Il libro è arricchito da circa cinquanta contenuti multimediali, accessibili attraverso l’app gratuita Vesepia, che lo rendono ancora più completo, fruibile ed originale. Il testo è stato presentato al Salone del Libro di Torino ed è tuttora ”protagonista” di numerosi eventi di promozione e oggetto di riconoscimenti a Premi e Concorsi (Premio Letterario Internazionale Sarzana, Premio Etnabook Cultura sotto il vulcano, La Tigulliana, Premio Manuel Foderà…) Dopo meno di sei mesi dall’uscita, è già stata pubblicata la seconda ristampa.
Azzurra e la sua straordinaria avventura. Il ladro di sogni, racconto per ragazzi, impreziosito da splendide tavole di fumetti realizzate da Nadia Basso, edito da Tomolo Edizioni, è la sua sesta pubblicazione, è una storia per i giovani e l’importanza della tenacia di saper sognare. Un libro intenso per lettori di tutte le età.
È arrivato al terzo posto al Concorso “Arcola un borgo da favola” 2022.
Ha esordito al Salone del Libro di Francoforte, anche il nuovo libro di narrativa, sempre edito da Tomolo Edizioni: L’enigma delle parole prigioniere.
Maggio 2022 vede l’uscita della la seconda edizione, ampliata con un ampio e attuale capitolo e arricchita dei contenuti multimediali, di Madri per sempreRacconti polisensoriali di donne che “curano” sempre con Erga Edizioni. Il libro riprende ed approfondisce i temi della cura, del ruolo delle donne nella società ieri e oggi, dell’educazione e della necessaria alleanza uomo/donna nella costruzione di una cultura e di una incisività sociale oggi più che mai necessaria.
Al di là dell’espetto strettamente editoriale, interviene in dibattiti, conferenze, tavole rotonde.

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