ALESSIO PAOLUCCI: LA NEVICATA DEL ’56 – Recensione La Voce del Recensore

ALESSIO PAOLUCCI: LA NEVICATA DEL ‘56

GENERE: ROMANZO

RECENSIONE

Meglio non credere ad Alessio Paolucci quando, a circa due terzi del suo La nevicata del ’56, Sanremo, 2023, pagg. 186, con ponderati accenti metaletterari, scrive: Forse stiamo raccontando questa storia con la lucidità di nonno Alfio dopo la terza grappa. Salti in avanti nel tempo, salti indietro, e dopo un po’ non si capisce più una ceppa per quanto biascica.
A dispetto di quanto appena sostenuto, l’Autore è invece fino a quel momento riuscito a tenere, con mano ben salda e consapevole, le varie, molteplici e differenti fila scelte per articolare la propria narrazione. Sembra quasi di risentire, in questo suo assunto, la stessa preoccupazione del Manzoni che, per illustrare la tecnica usata nell’VIII capitolo de I Promessi Sposi – uno dei più complessi sotto il profilo narratologico – , ricorre all’episodio del bambino tutto affannato a radunare i propri porcellini d’India. La questione è infatti sempre quella, difficilissima, di realizzare la simultaneità a livello diegetico.
Perciò facciamo il punto, – chiarisce non a caso subito dopo Paolucci – dove eravamo? Era lunedì 6 febbraio. Tarda mattinata. Massimo Valenza rientrava nell’appartamento di Ottavio Coratella in Piazza del Teatro dopo essere stato istruito sul da farsi a Villa Saltalamula. Nello stesso momento in cui la baronessa Giuliana faceva piedino sotto il tavolo al buon Francesco Farinata, Odoacre combatteva il malditesta del giorno dopo e Imogene cucinava uova e salsiccia.
Ecco, richiamati in poche righe, i personaggi principali del romanzo, colti nelle loro diverse attività in modo da consentire al lettore di riagganciarsi subito alla storia portante di una trama spesso propensa ad aprirsi ad altre secondarie, in uno scenario sospeso tra la fanta-politica e la ricostruzione realistica. Per non sottrarre il piacere della sua scoperta al lettore, ci limiteremo a dire che, mentre imperversa un evento atmosferico dalla portata epocale, agli alti vertici della politica internazionale giunge la sconvolgente notizia che uno dei più efferati dittatori del Novecento, dato da almeno tre anni per morto, è in realtà ancora vivo, vegeto, rifugiato nel cuore dell’Abruzzo e in procinto di riorganizzarsi per riprendere il potere. Agli esigui reduci di guerra della Compagnia Minosse, reclutati dai servizi segreti, toccherà perciò l’impervio compito di infiltrarsi tra i contatti nemici per capire come stiano davvero le cose ed eventualmente sventare i piani del fantomatico sistema Matrioska. La catena degli eventi così innescata è destinata a culminare nel ballo di una fatidica domenica di Carnevale. Né si sarebbe potuta scegliere occasione più consona a racchiudere, svelare e contemporaneamente dare risalto a tutti gli equivoci, le mistificazioni o le ambiguità di una vicenda intessuta di mosse, contromosse, rivelazioni e soluzioni a sorpresa, in cui le vittime possono all’improvviso rivelarsi carnefici, assumendo la statura dei vendicatori o dei folli.
Con lucida presa di coscienza, ci sarà pure chi, come Virgilio de’ Lauri, abbandonerà l’impresa prima che sia troppo tardi: «Cos’è questa storia?» «Vado via. Non so dove, ma vado via» confessò il soldato Menestrello. «I Servizi segreti non te lo lasceranno fare.» «So essere discreto.» «Ma perché? Una missione e possiamo rifarci una vita.» «Rifarci una vita?[…]Non ne siamo usciti sani dal conflitto, ma non lo vogliamo ammettere. Ci raccontiamo questa cazzata dei giorni di gloria, di quanto è bello combattere, di quanto è bello sparare. […] La verità è che la guerra è stata una merda e il dopoguerra è stato anche peggio. […]E io, Massimo, io me ne vado prima di scoppiare. Perché nessuno ci ha aiutato. Siamo bombe. Invece di disinnescarci, ci hanno lanciato ancora e ancora sul campo di battaglia. Prima o poi ci daranno un ordine e qualcosa s’incepperà e allora boom!»
«A che serve tutto questo?»
si domanderà a propria volta il Suino in lacrime, non tanto per il pestaggio di cui è stato soggetto e oggetto insieme, quanto per l’inutilità di una lotta intrapresa per ordine dello Stato ma monca di un reale sviluppo futuro.
Cosa e come rispondere a tali disarmanti interrogativi quando, nell’urgenza di schierarsi da una parte o dall’altra, le posizioni individuali smarriscono spesso i contorni, le ragioni della lotta di classe si confondono tra loro, il bene e il male si mischiano in un amalgama a volte inscindibile e, in un dopoguerra ancora lontano dal boom economico, in bilico tra il passato fascista e lo spauracchio comunista, perfino un paio di baffetti neri a spazzolino possono fare la differenza tra la vita e la morte.
Seguendo logiche non di rado manipolatorie e contorte, gli accadimenti si susseguono fitti, in questo bel testo di Paolucci, con evoluzioni e sviluppi a tratti perfino incredibili: Per non parlare di quel che ricorda zi’ Sufì; che soltanto a prestargli orecchio verrebbe da internarla di nuovo in un manicomio. Non di quelli che ci sono oggi, ma di quelli che c’erano al tempo. Sofia Sacripanti era stata sottoposta all’elettroshock nei reparti di Collemaggio, quando gli era saltato in mente di divorziare dal marito, ma non aveva mai cambiato la sua versione dei fatti: durante l’assalto dei celerini del ’56 suonai il clarinetto, sì, e una collega delle Fonderie suonò la tromba e un signore tanto gentile il clavicembalo, così dirà ai medici. E i medici diranno agli infermieri: « Un’altra scarica!». Zì Sufì cambierà idea sul divorzio e verrà dimessa, ma non cambierà mai la storia di come andò, da un certo punto in poi, lo sgombero delle Fonderie Gran Sasso.
Perché è vero, la realtà può superare la fantasia e far sì che una città noiosa, in cui non accade nulla, come la l’Aquila del romanzo, si ritrovi al centro di eventi straordinari e di gesta che dall’epica traggono il loro respiro. Ma pure dalla tragi-commedia, dal grottesco e dal paradossale, con qualche dosata allusione al romanzo d’azione e d’avventura, senza tralasciare nemmeno quello d’appendice e le tinte dark, tra coup de théâtre, aristocratiche famiglie dal patrimonio genetico guasto, epifanie orrorifiche, assaliti che assalgono gli assalitori, agnizioni, slanci di grande generosità amicale, paternità incerte, passioni autentiche e altri sentimenti più ingannevoli o mal riposti.
L’ansia di riscatto è sempre alle porte e batte forte nel petto di molti dei caratteri nati dalla poliedrica penna dell’Autore, nella trepidante attesa che la Pantasima svolga come di dovere il proprio compito di nemesi e catarsi e la nevicata, cui ci si riferisce nel titolo, contenga le proprie catastrofiche potenzialità, senza necessariamente mischiarsi con il rosso del sangue e il nero delle rovine.
Un universo mirabile che l’Autore riesce a far palpitare anche grazie a una lingua di volta in volta capace di variare i registri, i toni, non di rado modulati sulle dinamiche dell’oralità, e le scelte lessicali. Molte, quelle riservate al dialetto locale, con cui si mira a rendere la verosimiglianza dell’eloquio dei meno acculturati così come pure l’intimità dei rapporti o dei legami tra i personaggi. Questo anche perché le servette possono diventare signore, le profezie rivelarsi fasulle, la politica arenarsi nelle secche delle proprie inefficienti ambiguità, i palazzi crollare e le nevicate, pure quelle memorabili, lasciare il posto al sereno, ma la parola, soprattutto quando se ne è padroni come l’Autore, non cesserà mai di riprodurre il proprio incanto e lenire il dolore.

Gabriella Vergari

INTERVISTA

Da dove ha tratto le testimonianze relative alla nevicata di cui parla?

Per fortuna, nell’era dell’informazione in cui viviamo, l’attività di ricerca delle testimonianze è diventata meno complessa rispetto al passato. In rete ho rintracciato numerosi articoli di giornale dell’epoca e anche alcuni fotoromanzi che mi hanno permesso di costruirmi un’idea visiva dei luoghi e delle persone di cui sarei andato a scrivere. Quanto alle testimonianze orali, beh, ne ho raccolto qualcuna ma spesso mi veniva risposto soltanto che “c’era tanta neve”. Cosa ineccepibile.

Il suo rapporto con l’Aquila…

Io sono aquilano. Risiedo da qualche anno a Roma, per lavoro, ma torno spesso nel piccolo capoluogo di provincia per una passeggiata lungo il centro storico nei venerdì sera o lungo un sentiero montano la domenica mattina. Lì ho famiglia e amici. In passato ho preso parte anche attivamente alla vita sociale della città, ho dormito in tenda durante il terremoto e ho partecipato alle manifestazioni post-sisma. Purtroppo, la distanza e gli impegni lavorativi oggi non mi permettono di farne parte quotidianamente, ma resto comunque membro di quella comunità complessa e la scrittura è uno dei modi che ho per esprimere questa mia vicinanza.

Il suo rapporto con la politica…

Da quando avevo diciassette anni ho sempre sentito forte l’impegno civile, oltre ad avere sempre avuto interesse nel seguire le vicende politiche del mio paese. Mi sono laureato in Scienze politiche alla triennale, con una tesi in Storia dei partiti politici italiani, ed in Economia del lavoro alla magistrale, con una tesi in Diritto del lavoro. Mentre, da qualche anno, mi occupo di contrattazione collettiva nazionale con la Cisl Funzione pubblica. Il mio percorso formativo e lavorativo ha sempre avuto connotati politici, o perlomeno è stata una componente sempre presente, con cui mi confronto ogni giorno e che studio costantemente con molta passione soprattutto guardando agli esempi del passato. Per me la parola “politica” non ha quell’accezione negativa che in questo momento storico gli affibbiano molte persone. Ogni cosa che facciamo, nel quotidiano, è politica; dal chiedere uno scontrino allo scrivere un romanzo. Per questa ragione, per descrivere lo spirito del ‘56, ho sentito la necessità di raccontare anche se in maniera un po’ canzonatoria la situazione politica dell’epoca.

Quanto incisivo ritiene sia l’uso del dialetto in letteratura e quali modelli ha seguito per questo suo testo?

Ho usato il dialetto per dare più colore agli aquilani. Sicuramente, restituirgli il vernacolo dell’epoca (almeno in parte) ha contribuito a rendere quei personaggi più veri, a farli emergere in maniera più spiccata dalla carta. È un artificio letterario già usato, si veda Gadda, si veda Pasolini, si veda Camilleri. Non ho inventato nulla di nuovo. Il dialetto è una delle caratteristiche culturali più tradizionali della nostra penisola, ma muoversi tra le espressioni del parlato e gli innumerevoli registri non è facile. Chi mi legge a Milano o chi mi legge a Palermo ha diritto a comprendere la storia; per questo non ho calcato la mano più di tanto sul dialetto ma ho preferito usarlo come un addobbo per descrivere quei personaggi più folcloristici. Ritengo che sia un elemento di verità, ma nella letteratura va usato con cognizione di causa e soprattutto come un elemento di vivacità e non come un ostacolo alla lettura.

Leida, Imogene e Giuliana, tre figure femminili diverse. Quanto è difficile, per un uomo, scrivere oggi di donne, svincolandosi dai topoi e dagli stereotipi di genere?

Non c’è mai nulla di semplice nella scrittura. Già è complesso mettersi nelle scarpe di qualcun altro, figuriamoci nei panni di più persone, di genere, costumi, classe sociale e condizioni economiche differenti. Ma è uno sforzo dell’immaginazione che si fa sempre con gran piacere. Per quanto riguarda quei tre personaggi, devo dire che già nel mio precedente romanzo (Le cartucce del ’74) alcuni lettori avevano ammirato la presenza di personaggi femminili forti, sempre sul piede di guerra ancor più degli uomini. Con la nevicata del ’56 non ho fatto altro che ripetere questa tradizione, in maniera del tutto inconsapevole. Forse lo faccio perché ho incontrato nel corso della mia vita tanti personaggi femminili forti, a partire dagli esempi forniti dalla mia famiglia. Può darsi. Fatto sta che non è qualcosa che programmo, ma mi viene spontaneo nel momento in cui sviluppo la storia: Leida doveva essere la donna più temuta d’Italia, la signora dei Servizi segreti che ha conquistato un ruolo di rispetto nella politica di quegli anni; Giuliana doveva essere la matrona dal carattere imbeccante, l’aristocratica impertinente e perniciosa; Imogene doveva essere l’eroina, invece. Quella che salva la situazione quando nessuno se lo sarebbe aspettato. Gli stereotipi di genere esistono, e non dico di essermi del tutto svincolato da quelli letterari (Imogene stessa prende il nome dalla Imogene del Cimbelino di Shakespeare, ovvero la prima eroina femminile protagonista di un dramma romanzesco), ma sicuramente quegli esempi di cui dicevo, le donne incontrate nella mia vita, a cui mi ispiro tutt’ora, hanno contribuito a rendere quelle tre donne del mio romanzo meno letteratura e più di carne e ossa. Questa è la risposta migliore che mi sento di poter dare.

                                                                 

BIOGRAFIA
Alessio Paolucci nasce a L’Aquila l’8 ottobre 1992. Vive in un piccola frazione della città chiamata Civita di Bagno, che preferisce ricordare con il nome “Lilletta”. Matura ben presto un’antipatia verso la letteratura a causa della scuola, ma nonostante ciò continua a inventare storie. La sua fantasia si riversa sui libri, da quest’ultimi trae difatti l’aspirazione a diventare scrittore. A seguito di un concorso entra in contatto con una casa editrice e realizza il suo sogno. Oggi, tornato in comunione con la letteratura, studia e scrive nel tempo libero, o forse il contrario.
VINCITORE DEL PREMIO CITTADELLA 2011

Il link del libro:

https://www.mondadoristore.it/La-nevicata-del-56-Alessio-Paolucci/eai978889491881/